martedì , 4 Agosto 2020
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Giggs: “Ferguson era un maestro a livello psicologico”

 

Ryan Giggs ha svelato degli aspetti nascosti della gestione di Sir Alex Ferguson, parlando nello specifico del modo in cui organizzava gli allenamenti e della sua capacità di trarre il meglio da qualcuno a seconda del suo carattere. L’attuale CT del Galles ha anche rivelato il momento in cui temeva di dover lasciare il Manchester United da calciatore.

The Welsh Wizard ha rivisitato alcuni passaggi della sua longeva e immortale carriera, soffermandosi sul modo in cui l’ex manager scozzese controllava il club e la squadra, dandogli degli insegnamenti di cui fa tesoro ancora oggi e che lo aiutano nel suo lavoro come commissario tecnico della Nazionale Gallese.

“Impostava il tono, dava ai preparatori le istruzioni su cosa avremmo dovuto lavorare in settimana, ma non ha mai guidato una sessione [d’allenamento]”, ha dichiarato Giggs durante una videoconferenza con Jens Lehmann e John Barnes nel programma The Champions Club su BeIN Sports.

“Spendeva molto tempo nelle riunioni per discutere dell’avversario che avremmo affrontato, ma – in realtà – erano Steve McClaren, Brian Kidd, René Meulensteen, Carlos Queiroz a impostare le tattiche sul campo di allenamento. Organizzavano loro le sessioni d’allenamento per mettere a punto ciò che avremmo dovuto fare quel Sabato e il manager si limitava a supervisionare.”

Giggs ha, in seguito, rimarcato uno dei segreti del grande successo di Sir Alex Ferguson nella sua irreplicabile carriera da allenatore, ovvero la capacità di trarre il meglio dai propri giocatori variando il proprio approccio a seconda del carattere di ognuno di essi.

“È stato uno dei suoi punti di forza quello di saper gestire [contemporaneamente] dei giocatori con diverse personalità. Sapeva quando doveva scagliarsi verso un giocatore o quando doveva mettergli il braccio sulla spalla”, ha proseguito il CT del Galles.

“Ci sono stati tre o quattro giocatori contro cui non si è mai scagliato: Cantona è stato uno di quelli, [così come] Bryan Robson, Roy Keane e Cristiano Ronaldo. Ognuno di loro, a suo modo, ti faceva vincere le partite. Facevano quello che dovevano in campo, quindi non ha mai sentito di doverli rimproverare.”

Cantona festeggia con Giggs il goal-vittoria segnato al West Ham United il 22 Gennaio 1996

“Ci furono alcune partite in cui Eric [Cantona] non fece nulla; non segnava e non correva come un [Carlos] Tévez o un Wayne Rooney, non aveva nessun impatto. Ma [Sir Alex Ferguson] sapeva che, prima o poi, avrebbe fatto qualcosa di bello. Ci sedevamo negli spogliatoi aspettandoci che gli dicesse qualcosa, che lo rimproverasse perché oggi non aveva combinato nulla.”

“Ma la settimana successiva avrebbe segnato il goal-vittoria o avrebbe creato una magia, quindi gestiva davvero bene i grandi nomi facendoli rendere in campo. Li gestiva in modo diverso.”

“Era un maestro di psicologia, era un maestro nell’ottenere il meglio da certe persone a prescindere se dovesse mettergli un braccio sulla spalla, oppure arrabbiarsi con loro all’intervallo o alla fine della partita oppure lasciandole fuori [nel match successivo] sapendo che il giocatore avrebbe reagito bene.”

A tal proposito, Ryan Giggs ha rivelato come per Ferguson sia stato piuttosto semplice gestirlo nel suo finale di carriera, a differenza di Paul Scholes.

“Mi sono adattato abbastanza bene, me ne ero fatto una ragione. Scholesy era un po’ diverso”, ha aggiunto l’indimenticabile numero 11 dei Red Devils. “Scholesy voleva giocare ogni settimana. Quando si è ritirato, è voluto poi tornare perché gli mancava [giocare].”

Giggs e Scholes hanno svolto un ruolo importante negli anni dell’esplosione di Ronaldo e Rooney

“Potevo trascorrere due settimane senza giocare e, poi, tornare in squadra e avere un impatto. Scholesy non poteva farlo. Lo trovava difficile. Voleva giocare ogni partita, anche se il suo corpo gli diceva di non poterlo fare. Scholesy è stato un po’ più difficile da gestire per Sir Alex, mentre con me è stato più facile.”

Giggs ha speso interamente la propria carriera nel Manchester United, giocandoci per ben 24 stagioni e diventando il calciatore con più presenze nella storia del club, nonché il più vincente con ben 13 titoli di Premier League, 2 UEFA Champions League, 4 FA Cup, 4 Football League Cup, 2 FIFA Club World Cup/Intercontinental Cup e svariati trofei cosiddetti “minori”.

Come rivelato da lui stesso, però, c’è stato un momento in cui sembrava poter terminare prematuramente uno dei rapporti più iconici fra un calciatore e il club.

“Sì, intorno al 2003/2004, non ebbi un grande inizio di stagione”, ha risposto durante la discussione a chi gli chiedeva se fosse mai andato vicino a dare l’addio allo United. “Fu l’estate in cui se ne andò David Beckham quella in cui andai più vicino ad andar via.”

“La mia forma non era grandiosa, ed ero nel periodo di transizione in cui, da ala, stavo cominciando a giocare un po’ più verso il centro. Avevo perso quel ritmo. In realtà, terminai abbastanza bene la stagione. Se non avessi concluso bene la stagione, chissà… Ma, a parte questo, non c’è mai stato un momento in cui il manager mi abbia detto che non andavo più bene.”

“Entravo e uscivo dalla formazione titolare sul finire della mia carriera, ma mi ero abituato a ciò. Mi andava bene. Avevo 35/40 anni, mi sentivo bene e accettai abbastanza in fretta il fatto di entrare e uscire dalla squadra titolare.”

Bio di Marco Antonucci

Presidente e caporedattore di Red Army Italy, tifoso del Manchester United dal Dicembre 2005.

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