domenica , 19 novembre 2017
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Beckham: “All’Old Trafford mi sento sempre a casa, lo United è la mia famiglia”

A2FC349FDA0141A5AA39C675AFEBA51ADavid Beckham dichiara che tornare all’Old Trafford suscita in lui sempre una grande emozione e definisce il Manchester United come la sua famiglia, descrivendo ciò che, secondo lui, rende da sempre questo club speciale e unico.

In occasione della presentazione delle adidas Ninety-Two Trainer, l’ex grande numero 7 dei Red Devils ha ripercorso alcuni dei momenti più belli della sua carriera nel club, raccontando anche alcuni retroscena riguardanti lo spogliatoio e il suo rapporto con i membri della prima squadra.

Becks ha risposto a questa serie di domande:

Dunque, vi ritrovate spesso come gruppo di sei?
“Ovviamente, siamo occupati nel fare altre cose per la maggior parte del tempo, ma cerchiamo di ritrovarci e di vederci l’un l’altro il più possibile. E [quando ci ritroviamo tutti insieme] sembra che tutto sia rimasto sempre uguale; anche se non ci vediamo per sei mesi, c’è sempre lo stesso clima scherzoso ed è come tornare ai vecchi tempi.”

Ti sembra di tornare a casa quando capiti di nuovo all’Old Trafford?
“Naturalmente, questi ragazzi sono cresciuti qui, ed io sono arrivato qua quando avevo 16 anni, e qui ho speso i miei migliori anni calcistici. È stato un sogno giocare per lo United, quindi poterci restare per tutto il tempo che ho trascorso qui – e vivere tutti i successi che ho vissuto – è stato davvero un sogno. Ovviamente, aver trascorso quegli anni insieme a questi ragazzi facendo tutto ciò che amavamo è stato un periodo speciale.”

Tornare qui ti dà la sensazione di tornare in una famiglia, hai ritrovato molti volti familiari qui?
“Sì, ho sempre detto questo parlando dell’Old Trafford. Ovviamente, non posso tornare così spesso, vivendo a Londra ed essendo molto occupato. Ma, quando torno, sembra sempre che tutto sia rimasto uguale: lo United è sempre stata una famiglia per me. Vedi le stesse persone che camminano nei corridoi, che lavorano qui da 20/30 anni, e nulla è cambiato: questo è ciò che rende speciale questo club.”

Avete vinto tanto come gruppo, ma la vittoria della FA Youth Cup [del 1992] resta ancora uno ricordi più cari?
“Abbiamo giusto parlato dei nostri ricordi preferiti riguardo alle partite giocate in questo stadio; ce ne sono così tanti perché abbiamo vinto davvero molto e abbiamo giocato così tante gare qui, visto tutto il tempo che abbiamo trascorso qui. Ma, per me, quello della finale di FA Youth Cup resta uno dei miei preferiti. Poter giocare di fronte a tutte quelle persone che sono venute quel giorno, sapendo che la prima squadra e il manager si trovavano lì, è stato un momento davvero speciale per noi. Abbiamo avuto molto successo come squadra giovanile, quindi giocare all’Old Trafford e vincere la Youth Cup fu speciale per noi. E ritrovarsi negli spogliatoi insieme ai giocatori della prima squadra, dopo la partita, rese tutto ancora più speciale. Fu una cosa che ci mostrò come questo club sia una vera famiglia.”

Avete mai discusso fra di voi delle vostre ambizioni e di cosa avreste potuto vincere allo United?
“Questo club ha una grande storia nel far esplodere i giovani giocatori e Sir Matt Busby, naturalmente, raggiunse il successo che ha avuto insieme a dei giocatori giovani, vincendo la Coppa dei Campioni con dei giocatori arrivati dal settore giovanile. E, quando il manager arrivò per portarci in prima squadra, fu un momento speciale e ne eravamo tutti consapevoli [della possibilità di poter aver successo nella prima squadra]. Ma quando ci veniva fatta la domanda: ‘Senti di dover far parte della prima squadra?’, ci sentivamo sempre sollevati nel sentire che ci sono sempre dei giovani giocatori pronti a sostituirti, e il manager è sempre stato grandioso in questo, tenendoci sempre sull’attenti. Questo ci ha fatto sentire tesi, ma speciali, e ci ha sempre spinto a dare tutto quello che avevamo e questo è il modo in cui ci siamo sentiti per tutto il corso della nostra carriera.”

Hai vissuto un’esperienza un po’ diversa rispetto agli altri, tu andavi alle trasferte e ti trovavi non tanto distante dal manager e dai panchinari. Aver speso qualche anno attorno ai giocatori della prima squadra ti ha aiutato in qualche modo quando è arrivato il momento di farne parte?
“Niente affatto, perché ti rendeva sempre nervoso andare negli spogliatoi. Come ha detto Giggsy [Ryan Giggs], si camminava in mensa e ci si sedeva a due tavoli di distanza da Bryan Robson, Steve Bruce, Giggsy, ed era una di quelle cose che ti facevano sentire in soggezione, provavi grande rispetto per questi giocatori. Sì, ero solito andare alle gare in trasferta, perché mi fu chiesto dal club se volessi andarci. Volevo vedere i giocatori, essere vicino a loro, e il manager mi diede l’opportunità di sedermi in panchina per una partita, fu davvero bello.”

C’era qualcuno che temevi di ritrovare seduto accanto a te nello spogliatoio?
“Maysie [David May] probabilmente, era il più temibile. Ed era capace di fare cose inaspettate. Era sicuramente quello con cui non volevi sederti accanto, anche se ti faceva ridere quando faceva qualcosa di simile ad altre persone.”

Qual è il tuo ricordo preferito da giocatore dello United?
“Naturalmente, ce ne sono molti, ma direi i 10 giorni del Treble. Se potessi tornare indietro nel tempo, sceglierei quel periodo perché fu davvero speciale, passare da un trofeo all’altro e vincerli tutti e tre, anche in modi totalmente diversi: battendo il Tottenham nell’ultima giornata di campionato, per poi prenderci la FA Cup battendo il Newcastle – questa fu probabilmente la gara più facile delle tre – e poi andando a vincere al Camp Nou nel modo che tutti conosciamo. Furono 10 giorni speciali.”

Come ti senti, da membro della Class of ’92, nel vedere riconoscere i vostri risultati con questa collezione?
“È sempre bello veder riconosciuto ciò che abbiamo fatto e sentirci amati per ciò che abbiamo fatto per tanto tempo. Ma non avremmo avuto successo senza i giocatori che avevamo in squadra; Giggsy ci è arrivato un po’ prima rispetto a noi, ma, quando ci siamo arrivati, abbiamo avuto il supporto di Roy Keane, Mark Hughes, Gary Pallister, Eric Cantona, tutti grandi giocatori che abbiamo avuto modo di vedere e da loro abbiamo potuto imparare molto. Non avremmo avuto successo senza il manager, i compagni di squadra o i tifosi; siamo stati molto fortunati.”

Marco Antonucci

Bio di Marco Antonucci

Foto del profilo di Marco Antonucci
Presidente e caporedattore di Red Army Italy, tifoso del Manchester United da oltre dieci anni. Mancuniano nell'anima.

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